La risposta, secondo me, non sta in un dominio esclusivo dell’uno sull’altra, ma in una tensione dinamica. L’artista rimane al centro del processo, ma accetta di negoziare il proprio ruolo con la macchina, che non è più un semplice utensile, bensì un interlocutore capace di proporre variazioni inattese. Penso a Marco Donnarumma, che nei suoi lavori Corpus Nil e Humane Methods mette in scena la compresenza del corpo e dell’algoritmo: la carne e il codice si sporcano a vicenda, in un reciproco inquinamento che rivela quanto sia fragile il confine tra umano e tecnologico.

Il futuro dell’arte si disegna allora come un campo aperto di possibilità, più che come un destino già scritto. Non è la macchina a sostituire l’uomo, ma l’uomo a reinventarsi nell’interpretare i flussi generati dalle macchine. Christine Sun Kim, ad esempio, ha mostrato come il suono possa essere tradotto e ri-significato al di là dell’udito, trasformando la percezione acustica in esperienza tattile, visiva e sociale. In Bounce House l’artista organizza un party in cui la musica si sviluppa interamente sotto i 20 Hz, al di sotto della soglia dell’udito umano: i suoni processati dalla tecnologia non vengono percepiti dall’orecchio, ma si manifestano come vibrazioni nelle ossa, rendendo la macchina un mediatore tra varie dimensioni sensibili.
In questo orizzonte risuonano le intuizioni precoci di Alvin Lucier, che con I am sitting in a room mostrava già come il suono, reiterato e trasformato, possa rivelare l’invisibile architettura dello spazio. Similmente, Pierre Schaeffer aveva teorizzato l’oggetto sonoro come entità autonoma, invitando a considerare i suoni non come semplici mezzi espressivi, ma come presenze dotate di una loro identità.

La tecnologia spinge così l’artista a ridefinire il proprio ruolo. Non più creatore demiurgo solitario, ma regista di processi complessi, in cui convivono elementi umani e non umani. Kathy Hinde, nelle sue installazioni audiovisive intrecciate con ecosistemi naturali, mostra ciò che può emergere dall’intreccio tra dati, materiali e ambienti, suggerendo un’arte come ecologia relazionale. Termine già caro a R. Murray Schafer, padre della acoustic ecology, che aveva già intuito che il paesaggio sonoro è un campo da abitare e trasformare con responsabilità, dove l’arte si fa custodia dell’equilibrio tra uomo, ambiente e tecnologia.
L’arte non si riduce all’atto di produrre forme, ma si sposta verso la capacità di dare senso all’abbondanza generata dalle macchine. La sfida è mantenere viva l’intenzione, la scelta, l’orientamento. Perché se ogni immagine può essere replicata all’infinito, ciò che resta decisivo è il gesto umano che attribuisce valore e significato.
Vedo l’arte del futuro come un ecosistema ibrido, fatto di convivenze e di tensioni, di dialoghi tra sensibilità e automazione. Non sarà interamente umana né interamente artificiale, ma prenderà forza proprio da questo oscillare tra controllo e perdita di controllo. Penso a Richard Brautigan (1967) e alla sua bellissima e visionaria All watched over by machines of loving grace, e sempre più mi convinco che la risposta non sia nella scelta di chi tra uomo e macchina debba dominare i processi decisionali, ma nella convivenza di entrambi, lasciando che dai loro attriti nascano mondi bellissimi e imprevisti.
Guido Tattoni è sound artist e Dean di NABA, Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Attivo da oltre vent’anni nel campo della formazione universitaria, unisce competenze in sound design, media digitali e ricerca sul suono. I suoi interessi spaziano dal soundscape ai sistemi interattivi, con particolare attenzione alla relazione tra suono e movimento.
Un viaggio nell’aura di pratiche e figure chiave della spiritualità e dell’arte performativa tra corpo, gesto e visione.