Ci si imbatte a volte in progetti che fin dalla loro genesi vivono nel tentativo di uscire dal bacino dell’arte, che si nutrono dell’impianto economico e sociale del Contemporaneo per poi andarsene a cercare il loro senso di esistere altrove. Quando il sistema dell’arte incontra i settori pubblici dell’assistenza e della cura, dell’educazione o dall’associazionismo popolare, si riflette con attenzione sul ruolo dell’artista e le sue intenzioni: per chi è l’arte che incontra una comunità? Chi favorisce? Da chi nasce il progetto e perché la comunità è “necessaria” all’artista? Questioni come queste sono alla base di pratiche artistiche relazionali, di progetti e opere che fin dal loro inizio vogliono muoversi verso le persone intese non come pubblico, ma partecipanti, iniziatori, materiale vivente e pensante. Nell’idea di Marie Bruel abbiamo letto una tensione verso questa tipologia di domande, ma al contempo ci ha mostrato una relazione curiosa tra il soggetto della sua ricerca – la transumanza di persone e animali – e questo tenere il piede in due scarpe, tra arte e mondo, palco e piazza. Anche la transumanza infatti sta sul confine tra diversi mondi e, come altre attività umane del passato basate sulla sussistenza e non sull’accumulo di capitale, ha un carattere fondamentalmente strategico: si muove nei territori collaborando con attori umani e non-umani attraverso una pratica del prendere e dare ciclica e persistente.
Per molti, specialmente per chi non vive il mondo pastorale o che non ha un passato familiare nei luoghi che oggi chiamiamo rurali, il termine transumanza suona bucolico e misterioso. Si chiama anche pastorizia vagante ed è lo spostamento stagionale che mandrie e greggi compiono insieme alla comunità umana attraversando geografie estese. In Italia assistiamo per lo più allo spostamento di pastori solitari con pecore, mucche, capre, asini e cani, ma nel mondo transumano anche alpaca, bufali, cavalli, cammelli, dromedari, lama e renne. É una delle attività più antiche della storia umana, risale al Neolitico e ancor oggi i suoi principi fondamentali sono incredibilmente simili alle forme di allevamento nomade preistoriche. Alcune ecologie hanno una correlazione diretta con la transumanza che, attraversando i territori ciclicamente, li ha inseminati, concimati e battuti, difesi da frane e incendi.
Nell'immaginario popolare, i “nomadi” vagano senza meta da un luogo all’altro, ma in realtà il loro spostamento è opportunistico, termine che non dev’essere interpretato nella sua accezione morale di “usare qualcosa a spese di altri”. Fa riferimento invece al rapporto tra nomadi e spazio, ovvero ambiente e risorse naturali. Le persone che praticano un'attività nomade basata in gran parte sull'uso delle risorse naturali, dipendono fortemente dalla loro disponibilità e dal loro mantenimento a lungo termine. Di conseguenza, vivere in movimento implica lo sviluppo di una strategia gestionale di mantenimento delle risorse e di politiche di ecologia sostenibile. La pastorizia nomade (anche se oggi esiste solo più in forma Semi-nomade) è un’attività umana presente da così tanto tempo che la si può intendere come parte integrante del paesaggio e dell’idea stessa di paesaggio che custodiamo nella nostra memoria collettiva. Si può intendere come proprietà immateriale di un territorio, la radice culturale di un popolo. Nelle aree alpine per esempio, sono ancora presenti forme di transumanza che percorrono sentieri a tratti di origine preistorica e che si spostano in altezza verso le montagne, d’estate, e verso i fondovalle e le pianure, d’inverno, seguendo così le temperature e le fioriture stagionali di ampie geografie, andando oltre ai confini provinciali e regionali. È così che attraverso la cultura della transumanza, comunità molto lontane tra loro ancora trovano terreno comune fatto di valori, prodotti caseari e artigianali, maestranze, linguaggi e pratiche incredibilmente simili, ed è su queste basi che si creano canali di comunicazione, incontro e scambio sempre rinnovabili nel tempo.
Da queste ed altre considerazioni è iniziato Transhumance, un progetto performativo e multidisciplinare nato nel paese natale di Marie Bruel, Pau, sui Pirenei francesi. Il progetto affonda nella danza, ma la ricerca prende anche da altre discipline: dall’antropologia, raccogliendo materiale sulla memoria dei pastori; dalla didattica, con percorsi di formazione di danza e performance contemporanea nelle scuole primarie e secondarie; si inserisce in ambito socio-assistenziale con laboratori nelle RSA per persone anziane e con disabilità; infine il progetto lavora a stretto contatto con le istituzioni dei luoghi in cui si ramifica, per primo il comune di Pau, ma anche a Casablanca (Marocco) dove Bruel vive per parte dell’anno.

Il dialogo e la relazione estetica tra pastorizia e performance è difficile da immaginare, ma si inizia a mettere a fuoco se si parte dal movimento. Se si comprende la pastorizia vagante come un muoversi di persone e animali che interagiscono tra loro e che, insieme agli ambienti, le ecologie e le comunità, crea una coreografia di scambio; ma non solo, lo stesso movimento dialoga anche con i centri urbani, le normative sull’attraversamento delle città, i confini, le politiche dei confini, la proprietà privata e pubblica della terra, il valore del suolo, il mantenimento delle risorse naturali, la relazione di cura con l’animale e quella economica, il cammino, il cammino in territori remoti, e così via, si potrebbe andare avanti per sempre. Le ricerche che trattano il suolo, grandi geografie o in generale un senso di origine hanno spesso un carattere immersivo e totalizzante, vi si può connettere tutto o quasi, come le strade che da ovunque entrano a raggiera in una capitale. Ed anche per questo motivo il progetto di Bruel è strategicamente pensato come a un itinerario in cui i diversi luoghi e periodi che si susseguono nella ricerca e produzione, danno vita a creazioni coreografiche differenti e che analizzano aspetti della transumanza specifici.
Transhumance ad ora si trova nella prima tappa dell’itinerario, di cui Verbania a fatto parte con la residenza di CROSS Residence, e si concentra sui luoghi di scambio dei centri urbani in quanto punti nevralgici del muoversi di flussi di persone, animali e merci. L’ambiente più interessante per questa fase è quindi il mercato cittadino, perché conserva nella sua eredità antichissima lo scambio e l’incontro, il commercio e il ritrovarsi, lo spazio aperto che espone alle condizioni atmosferiche in ogni stagione, suoni e voci, il dibattito e il dialogo. L’elemento principale di questa prima creazione coreografica è infatti la campana. Nella transumanza la campana ha diverse funzioni in quanto permette agli animali di seguire il cammino ascoltandosi tra loro, al pastore di non perdere gli animali lungo le tratte, ma anche di riconoscerli perché spesso il suono della campana è come un nome sonoro, ed ogni bestia ne ha uno suo. La tipologia di campana scelta da Bruel proviene da Pau e viene normalmente utilizzata sulle mucche, non è troppo grande e pesante e viene impugnata dai quattro danzatori che la sbattono con gesti netti, in sincrono o intersecandosi ai passi e ad altri movimenti che fanno risuonare il corpo con il suolo. Le quattro campane sono quindi usate per creare una partitura sia coreografica, perché vengono appoggiate in diversi punti della piazza disegnando lo spazio dell’azione performativa, sia ritmica con il rintocco e il trascinamento a terra.

Tra gli aspetti più interessanti di come la transumanza diventa una coreografia, vi è la trasmissione della creazione a un gruppo perché quattro danzatori non possono da soli far passare il senso di flusso di una massa. Nei percorsi di lunga durata ideati da Bruel, corsi scolastici e laboratori, la coreografia viene quindi insegnata passo passo a intere classi, ma anche ad anziani e persone con disabilità mentale o motoria che vivono in strutture assistenziali. La coreografia viene quindi adattata ai corpi, alle possibilità e potenzialità di essi, ma anche alla capacità di ricordare i passi, di seguire il gruppo e il ritmo. Diventa un’interpretazione collettiva, un modo di muoversi insieme imparando ad ascoltarsi e trasmettere agli altri. Involontariamente questo riprende un aspetto interessante del vagare, perché a guidare non è sempre il pastore. I greggi infatti, quando si muovono in montagna, non ricalcano sempre lo stesso identico tracciato, ma si muovono piuttosto un po’ sui prati, allargandosi o trovando passaggi nuovi, con lo scopo di raggiungere più velocemente l’erba più fresca e buona. A volte il gregge lasciato al pascolo in solitaria torna da solo verso l’alpeggio quando cala il sole. A tratti sono i pastori guidare le pecore, a volte invece le seguono e si affidano a loro, in un gioco di fiducia e ascolto reciproci.
Nel periodo di residenza a Verbania, Marie Bruel ha svolto anche alcune interviste a pastori che praticano la transumanza in forme diverse. Hanno collaborato le aziende agricole che organizzano le transumanze dell’Alto Vergante, in particolare l'azienda Susanna e Paolo Tondina (Nebbiuno) e l'azienda Su e Giù di Antonio e Nilla (Invorio), ed anche la giovanissima pastora Aurora. I racconti restituiscono immaginari anche diversi tra loro, ma ne emergono sempre la fatica e le difficili condizioni fisiche ed economiche che rendono questa pratica quasi inimmaginabile. Dal racconto di Susanna Tondina affiora la prima transumanza che fece quando aveva 13 anni, negli anni ’90, con un gruppo di animali e pastori, tra cui suo fratello. La gioventù li aveva costretti ad andare al risparmio sui generi alimentari e le comodità. Di quell’esperienza lei ricorda la fame e una condizione generale, per così dire, estrema. Nel tempo Susanna e suo fratello hanno ripreso l’attività di allevamento stanziale del padre e reintrodotto la transumanza su tratte dove non si faceva dalla gioventù dei loro nonni, coinvolgendo diverse aziende agricole. Oggi organizzano tutti insieme un appuntamento annuale per il passaggio della transumanza autunnale che torna a fondovalle, attività di mappatura del territorio e informazione cittadina, un mercato settimanale dei loro prodotti. Si crea rete, scambio di sapere ed eredità per le nuove generazioni.

Questo è solo un piccolo esempio locale di come la transumanza riesca a far parte dell’era contemporanea. Similarmente, il progetto Transhumance conosce i limiti di quello che una coreografa e una piccola compagnia di danza può fare, ma ciò che porta a noi attraverso la performance di qualcosa che non ha mai a che fare con la danza e con l’Arte dalla A maiuscola, è l’immagine di un movimento attivo, vivo e sensibile, destinato a propagarsi ancora, nei territori e nel tempo.
Sara Cattin vive a Torino e lavora come operatrice culturale in ambito multidisciplinare. Si è formata in arti visive alla Gerrit Rietveld Academie e ha sviluppato un approccio autonomo agli studi critici presso il Dutch Art Institute (NL). Dal 2023 cura e coordina le attività di residenza e festival di Fondazione CROSS, organizzazione a sostegno della performance e della danza contemporanea situata tra i laghi Maggiore e d’Orta. Da vita a processi artistici partecipativi attraverso progetti nel campo delle arti visive (Bulegoa b/z, Almanac Inn, CAP24020) oltre che sostenendo o collaborando con altri artisti e organizzazioni (Fondazione Pistoletto). Svolge progetti di ricerca che esplorano idee, storie e territori attraverso una lente immaginativa e speculativa, con particolare attenzione ai contesti rurali. È fondatrice di ISTERIKA ISTORIKA, una piattaforma collettiva fondata nel 2020 che si occupa di condivisione letteraria e che interpreta il femminismo attraverso la fantascienza e generi affini. Nel tempo ISTERIKA ha collaborato con Nora Book and Coffee, Almanac Inn, Cripta747, Salone del Libro, Arteco, Lavanderia a Vapore, BACO, Tea Andreoletti, Spazio Hydro (IT); Edhéa – Valais School of Art , Volumes (CH).
Un viaggio nell’aura di pratiche e figure chiave della spiritualità e dell’arte performativa tra corpo, gesto e visione.