Spazi sacri come scenari per l’arte

Antonella Cirigliano
01.10.25

In un’epoca in cui lo spazio (urbano, privato, istituzionale) sembra dominato dalla logica della funzionalità, dell’efficienza e della mobilità, parlare di spazi sacri potrebbe sembrare anacronistico. Eppure, la presenza del sacro nei luoghi – o meglio, la tensione verso il sacro – non è mai scomparsa. Si è piuttosto trasformata, diversificata, assumendo forme nuove e talvolta ambivalenti.

Negli ultimi anni, il Festival CROSS, che dirigo e che si svolge prevalentemente sul Lago Maggiore, ha introdotto la tematica del sacro nella ricerca performativa. Abbiamo ripensato la natura del sacro non come qualcosa di dato una volta per tutte, ma come una qualità relazionale, incarnata nelle pratiche e storicamente situata.

Abbiamo attraversato diversi spazi – tra cui chiese, abbazie e templi – e mi sento di affermare che i luoghi diventano sacri attraverso le esperienze, le memorie e le relazioni che vi si stratificano nel tempo. 

Negli ultimi anni ho avuto occasione di assistere a progetti artistici ospitati in luoghi sacri che mi hanno profondamente toccato. Un esempio ormai entrato nella memoria collettiva è la mostra Berlinde De Bruyckere — City of Refuge III all’interno dell’Abbazia di San Giorgio Maggiore (Biennale di Venezia 2024): le sue imponenti figure-arcangeli, avvolte da drappeggi e sospese tra corporeità e assenza, hanno instaurato un dialogo potente con le tele del Tintoretto e con l’architettura palladiana dello spazio sacro, restituendo al visitatore un’esperienza di sospensione e raccoglimento.

 

Berlinde De Bruyckere — City of Refuge III, © Berlinde De Bruyckere | Courtesy the artist and Hauser & Wirth, Photo: Mirjam Devriendt. Abbazia di San Giorgio Maggiore, Venezia, 20 Aprile – 24 Novembre 2024. Evento collaterale della 60ª Esposizione Internazionale d'Arte – La Biennale di Venezia

 

Allo stesso modo, progetti performativi site-specific come La Prima Danza – firmato da Bigi e Paoletti con la Fritz Company – hanno scelto i cenacoli e le sale sacre fiorentine (tra cui il chiostro e il Cenacolo di Ognissanti) come luoghi di rappresentazione: la presenza della danza in spazi così carichi di pittura sacra (il Cenacolo del Ghirlandaio su tutti) trasforma lo spettacolo in un rito laico che richiama immediatamente alla contemplazione, accentuando la tensione tra corporeità del movimento e immobilità devota delle immagini antiche. 

 

BIGI PAOLETTI Fritz Company — La prima danza à coups de marteau 1° step, 2025
Queste esperienze dimostrano una cosa che sento in modo sempre più forte: collocare l’arte contemporanea o la performance dentro gli spazi sacri non è un semplice esercizio scenografico, ma una vera pratica di riattivazione del senso dello spazio – si restituisce alla comunità la possibilità di attraversare il sacro non solo come patrimonio storico-artistico, ma come luogo di incontro, ascolto e preghiera (nel senso più ampio del termine). In altri termini, quando l’arte entra in una chiesa o in un cenacolo in modo rispettoso e dialogante, può riaccendere la funzione più naturale dell’arte: quella di essere sacra.

In questa prospettiva, lo spazio sacro è intimamente connesso al concetto di luogo – che non è mai neutro, né puramente fisico. Un luogo, per diventare tale, deve essere abitato, riconosciuto, narrato. Deve raccogliere storie, generare significati, custodire memorie. È questo intreccio tra spazio, memoria e identità a rendere un luogo “sacro”. Il santuario, il tempio, il monastero sono solo alcune delle manifestazioni tradizionali di questa relazione. Ma anche una casa, un albero, una piazza o una tomba possono essere vissuti come spazi sacri, se diventano nodi simbolici di appartenenza e trasformazione.

Questa idea di sacralità incarnata nello spazio trova una potente espressione contemporanea in esperienze artistiche come il CROSS Festival, che ogni anno porta la danza, il suono e il teatro in luoghi storicamente e spiritualmente connotati. I paesaggi sacri del Lago Maggiore – come il Sacro Monte di Ghiffa, la Chiesa di Santa Marta a Verbania o l’Albagnano Healing Meditation Centre – diventano palcoscenici sensibili in cui l’arte non si limita a “occupare” lo spazio, ma lo riattiva, lo risignifica, lo trasforma in soglia.

Bibliografia

  • Eliade, M. (1957). Il sacro e il profano. Torino: Bollati Boringhieri.
  • Hall, E. T. (1966). La dimensione nascosta. Milano: Bompiani.
  • Turner, V. (1969). Il processo rituale. Bologna: Il Mulino.
  • Vernant, J.-P. (1965). Mito e pensiero presso i Greci. Torino: Einaudi.

 

Antonella Cirigliano, senior lecturer e regista, si occupa da oltre vent’anni di ricerca teatrale e performing arts, con una formazione iniziata al Workcenter di Jerzy Grotowski e approfondita con Enrique Vargas. Fondatrice e Artistic Leader di Fondazione CROSS, è docente di Tecniche Performative per le Arti Visive presso NABA e direttrice di festival dedicati all’interazione tra le pratiche espressive. E’ stata allieva del maestro spirituale Andrew Cohen ed e’ praticante presso l’Healing Meditation Center di Albagnano (Vb). La sua ricerca intreccia arti performative, percorsi sensoriali e pratiche spirituali orientate alla crescita interiore.

AURA

Un viaggio nell’aura di pratiche e figure chiave della spiritualità e dell’arte performativa tra corpo, gesto e visione.

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