Quando il rap incontra il Dharma: Massimo Pericolo e Lama Michel

Antonella Cirigliano
30.04.26

All’interno del progetto Connessioni Creative promosso da Fondazione CROSS, il Teatro Il Maggiore di Verbania ha ospitato un incontro che ha riunito oltre seicento giovani attorno a due figure solo in apparenza distanti: Massimo Pericolo, tra le voci più significative del rap italiano contemporaneo, e Lama Michel Rinpoche, maestro buddhista e riferimento internazionale per la diffusione degli studi contemplativi in ambito globale.

L’incontro si è configurato come un dispositivo performativo e relazionale, più che come un semplice talk, collocandosi in una zona ibrida tra pratica artistica, pedagogia esperienziale e trasmissione di saperi contemplativi. In questo senso, l’evento si inserisce pienamente nelle traiettorie contemporanee delle arti performative, sempre più orientate a esplorare la soglia tra esperienza estetica, coscienza e trasformazione percettiva.

Da un lato, il linguaggio di Massimo Pericolo si radica in una forma di oralità performativa fortemente incarnata, in cui la scrittura rap diventa spazio di elaborazione biografica, tensione sociale e costruzione identitaria. Il suo lavoro artistico, in questa cornice, può essere letto come una pratica di auto-narrazione critica, in cui la dimensione musicale si intreccia con quella testimoniale, rendendo il corpo vocale un luogo di esposizione e vulnerabilità.

Dall’altro, l’intervento di Lama Michel Rinpoche ha portato al centro del dialogo alcuni principi fondamentali degli studi contemplativi: la natura impermanente dell’esperienza, la centralità dell’attenzione, la possibilità di osservare i processi mentali senza identificazione. In questa prospettiva, la parola non è solo comunicazione, ma strumento di trasformazione della percezione e di affinamento della consapevolezza.

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Il pubblico durante l’incontro “Il potere della parola” — Teatro Il Maggiore, Verbania © Paolo Sacchi

L’incontro tra questi due linguaggi ha generato uno spazio di risonanza inatteso, in cui la dimensione performativa del rap e quella contemplativa del buddhismo non si sono sovrapposte né sintetizzate, ma hanno mantenuto una tensione dinamica, produttiva, capace di aprire interrogativi piuttosto che definizioni.

Il pubblico giovane, numerosissimo, ha partecipato con un livello di attenzione raro per contesti di questo tipo. Le domande emerse hanno evidenziato un interesse reale verso temi legati all’identità, alla gestione del vissuto emotivo, alla possibilità di dare forma e senso all’esperienza individuale attraverso linguaggi culturali contemporanei.

In questa prospettiva, l’evento assume anche un valore pedagogico e culturale più ampio: non quello della trasmissione verticale del sapere, ma quello della co-costruzione di uno spazio di riflessione condivisa, in cui arte e pratiche contemplative si incontrano come strumenti complementari di lettura del presente.

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Antonella Cirigliano, Direttrice di Fondazione CROSS, durante l’incontro “Il potere della parola” — Teatro Il Maggiore, Verbania © Paolo Sacchi

Come Direttrice della Fondazione CROSS, considero questo risultato straordinario. La risposta del pubblico e la qualità dell’attenzione emersa durante l’incontro confermano come oggi esista una domanda crescente di esperienze che mettano in relazione linguaggi artistici e dimensione interiore, non in senso astratto o decorativo, ma come necessità concreta di orientamento nel presente.

All’interno delle pratiche contemporanee di arte performativa, sempre più spesso si osserva un avvicinamento a paradigmi derivati dagli studi contemplativi e dalle neuroscienze dell’attenzione: l’idea che la percezione non sia un dato fisso, ma un processo educabile; che la presenza non sia uno stato, ma una pratica; che l’esperienza estetica possa diventare uno spazio di trasformazione emotiva.

In questo senso, l’incontro tra Massimo Pericolo e Lama Michel non rappresenta un episodio isolato, ma si colloca in una traiettoria culturale più ampia che riguarda il rapporto tra arte, coscienza e società. Una traiettoria in cui la spiritualità non viene intesa come dimensione separata, ma come pratica immanente, attraversabile, e soprattutto impermanente.

Proprio questa impermanenza, intesa non come instabilità ma come condizione strutturale dell’esperienza, emerge come uno dei nuclei più rilevanti dell’incontro: la possibilità di riconoscere che ogni forma — artistica, emotiva, identitaria — è in continuo divenire, e che proprio in questo divenire si apre uno spazio di libertà e consapevolezza.

Una possibile estensione di questa riflessione può essere rintracciata anche nella storia recente delle arti contemporanee, dove il dialogo tra pratica artistica e ricerca spirituale non rappresenta un’eccezione, ma una linea sotterranea e persistente. Basti pensare a John Cage, il cui incontro con il pensiero zen attraverso gli insegnamenti di D.T. Suzuki trasformò radicalmente il suo approccio alla composizione, spostando l’attenzione dall’idea di controllo alla possibilità dell’ascolto: il silenzio, l’imprevisto, l’apertura al presente diventano così vere e proprie pratiche di consapevolezza.

Anche nella musica contemporanea, ben oltre i confini della cultura urban e hip hop, esistono traiettorie analoghe. Figure come Kendrick Lamar, Lou Reed e Laurie Anderson hanno intrecciato nella loro produzione riflessioni spirituali, pratiche contemplative e interrogazioni profonde sull’identità. Nel caso di Lou Reed e Laurie Anderson, il dialogo con il buddhismo e con le pratiche meditative ha rappresentato una componente reale della loro ricerca esistenziale e artistica; mentre in Kendrick Lamar la dimensione spirituale attraversa la scrittura come tensione costante tra redenzione, responsabilità e coscienza individuale e collettiva.

Il successo dell’iniziativa, misurabile non solo nella partecipazione ma soprattutto nella qualità dell’ascolto e nella profondità del confronto emerso, restituisce un segnale preciso: esiste oggi una generazione che non cerca risposte semplificate né narrazioni consolatorie, ma strumenti che si riconoscono come linguaggi capaci di interrogare il presente, di nominare il disagio e di aprire possibilità di trasformazione. È forse proprio qui che risiede il senso più profondo di incontri come questo: nella possibilità di restituire alla cultura una funzione non soltanto estetica, ma anche etica, relazionale e profondamente umana.

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Lama Michel Rinpoche e Massimo Pericolo — Teatro Il Maggiore, Verbania © Paolo Sacchi

Antonella Cirigliano, senior lecturer e regista, si occupa da oltre vent’anni di ricerca teatrale e performing arts, con una formazione iniziata al Workcenter di Jerzy Grotowski e approfondita con Enrique Vargas. Fondatrice e Artistic Leader di Fondazione CROSS, è docente di Tecniche Performative per le Arti Visive presso NABA e direttrice di festival dedicati all’interazione tra le pratiche espressive. E’ stata allieva del maestro spirituale Andrew Cohen ed e’ praticante presso l’Healing Meditation Center di Albagnano (Vb). La sua ricerca intreccia arti performative, percorsi sensoriali e pratiche spirituali orientate alla crescita interiore.

AURA

Un viaggio nell’aura di pratiche e figure chiave della spiritualità e dell’arte performativa tra corpo, gesto e visione.

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