Mi sono avvicinata alla danza indiana e all’India a partire da una domanda: quale relazione esiste tra il Sacro e la Danza? Provenivo da un contesto in cui la danza era – e in parte continua a essere – percepita, almeno concettualmente, come qualcosa di distante dal sacro e dalla spiritualità. Proprio per questo, ero interessata a esplorare contesti in cui emergessero narrazioni e modelli diversi, capaci di rivelare un legame più profondo tra gesto, corpo e dimensione spirituale.

Questo viaggio di ricerca, costantemente in equilibrio tra pratica corporea e indagine intellettuale, ha aperto un orizzonte estremamente ampio e denso di significato, risvegliando una sete di conoscenza e un piacere per l’atto stesso del ricercare che si sono rivelati, in qualche modo, inesauribili.
Il percorso ha privilegiato viaggi tra visioni e culture diverse, evitando direzioni unilaterali o rotte a senso unico, e si è articolato attraverso una continua operazione di traduzione. La ricerca iniziale sui miti fondativi del teatro occidentale – condotta, a suo tempo, sotto la guida dello sguardo acutissimo di Roberto Tessari – si è trasformata, passando dalla Grecia antica all’India, in un’analisi comparativa e in un approfondimento necessario di alcune parole chiave: Corpo, Corpo e Femminile, Mitologia, Decoloniale. Un’indagine rivolta a comprendere le origini di quei cambiamenti epocali che hanno ridefinito, in modo profondo, i “connotati” del mondo, tanto a Oriente quanto a Occidente.
È da queste premesse che è nata la curatela del FOCUS INDIA all’interno di CROSS Festival. Il format è stato concepito con un taglio transettoriale e transculturale, in linea con la vocazione stessa del festival, e con particolare attenzione al coinvolgimento – per quanto possibile – di un pubblico multigenerazionale. Le proposte sono state cercate volutamente in ambiti diversi, coinvolgendo linguaggi non solo riconducibili alla danza classica indiana, ma anche al teatro occidentale, alle arti marziali, alla danza contemporanea, alla musica e all’arte visiva.
Lungi dall’essere un monolite incorruttibile, ogni tradizione, per restare viva, ha bisogno di interscambio, porosità, contaminazioni, messe in discussione e dialogo con altri sguardi. La grande coreografa indiana Chandralekha non perdeva occasione per ribadire proprio questo concetto, proponendo una visione della tradizione indiana tutt’altro che monolitica o impermeabile:
“Nell’ambito di questa cosmologia anche le arti e le scienze sono interdipendenti e vi è una grande ricchezza di reciproci riferimenti tra scienza e arte.
Danza, musica, architettura, scultura, yoga, medicina, discipline linguistiche, grammatica non sono isolate, né si escludono reciprocamente.
Questo è il significato più ampio di ‘tradizione’: essere integrale, integrato, integro, intero.”
Chandralekha (danzatrice, 1928 - 2006)
Chandralekha, 1994Se il senso profondo di una tradizione è davvero questo, varrebbe la pena leggere e rileggere queste poche righe, per riconoscerne la portata e il valore rivoluzionario. E per comprendere più a fondo da quale tipo di sguardo ed esperienza scaturiscano parole così dense.
In questo caso, l’esperienza è quella di una danzatrice-coreografa-intellettuale-attivista sociale, che ha fatto della ricerca sul corpo e sul valore sacro intrinseco al corpo danzante il cuore della propria vita. Al di là di ogni dogmatismo, sia esso religioso o politico, il corpo danzante si configura come quell’unità primaria capace di parlare del Sacro nel suo senso più autentico: come capacità originaria di esperire Unità nel Molteplice, Coerenza nella Diversità. Un corpo che si muove – e informa – all’interno di quel Campo Unificato descritto dalle più recenti ricerche della fisica contemporanea.
Non sorprende, allora, che proprio al CERN di Ginevra si trovi una statua di due metri raffigurante Shiva Nataraja, l’ipostasi danzante del dio hindu a cui è dedicata la danza indiana. Quella figura, inserita simbolicamente nel regno della Scienza, porta con sé una rappresentazione sofisticata che associa il movimento delle particelle subatomiche – e della Vita stessa – a una danza cosmica. La visione che ne emerge è quella di un moto circolare di creazione e distruzione eterna, in cui gli elementi primari danzano tra vuoto e pieno, positivo e negativo.
Uno degli aspetti più interessanti e al contempo complessi della danza classica indiana, e che ben fa comprendere quanto detto sopra, è il linguaggio delle cosiddette hasta mudra, o sigilli delle mani. Si tratta di un codice estremamente articolato che informa non solo l’universo estetico coreutico, ma anche quello iconografico, religioso e rituale di tutta l’India e del Sud-Est asiatico. Spesso la mano destra e la mano sinistra compiono gesti diversi contemporaneamente. Ad esempio, per rappresentare il dio Shiva, mentre la mano destra è nella posizione del tamburo, la sinistra mostra il fuoco.
Durante l’apprendistato, integrare questa conoscenza risulta estremamente complesso e richiede molto impegno, in quanto è come se la mente si rifiutasse di far eseguire alle due mani, contemporaneamente, gesti diversi tra loro. Via via che l’apprendistato tecnico prosegue, a modificarsi e a diventare più plastico non è solo il corpo, ma soprattutto la mente. Si tratta di una vera e propria rivoluzione del modo di pensare e di vedere il mondo, di fare esperienza pratica dei concetti espressi dalla filosofia non duale o dalla scienza moderna. E tutto questo parte dal corpo e dalle mani, all’interno di una visione che li considera veri e propri strumenti di conoscenza del mondo e della realtà profonda dell’Essere.
La danza, in questa visione, diventa il linguaggio sacro per eccellenza, uno strumento capace di dischiudere realtà che solo le tecnologie più avanzate cominciano oggi a rilevare e dimostrare.
Il nostro presente rende più urgente che mai la creazione di interfacce tra scienza e mistica, ma anche tra scienza, politica e arte. Un attraversamento profondo, potremmo dire epico.
Che ruolo può giocare oggi la danza in tutto questo?
L’auspicio – citando ancora Chandralekha – è che le nostre colonne vertebrali tornino a essere metafore di libertà, e che il corpo venga nuovamente concepito e vissuto come un’unità, in relazione a sé stesso, alla società e al cosmo. Perché ciò accada, la danza dovrà necessariamente emanciparsi da parentele con termini come spettacolo, intrattenimento, virtuosismo, seduzione, titillazione. Dovrà tornare alla sua natura originaria, “tutta incentrata sull’evocare energia e dignità umana in un ambiente sempre più brutale e carico di violenza.”
Antonella Usai danzatrice, coreografa, ricercatrice e artista relazionale, vive in Val Susa dove ha creato Terra NAD, luogo dove esplorare la relazione tra danza, yoga e visione sistemica. E’ artista residente al MAO (Museo di Arte Orientale, Torino) e consulente di Hangar Piemonte, l’ Agenzia di trasformazioni culturali della Regione Piemonte.
Un viaggio nell’aura di pratiche e figure chiave della spiritualità e dell’arte performativa tra corpo, gesto e visione.
Fondazione CROSS
Ente del Terzo Settore
Via Canton Sopra 2
28010 Nebbiuno (NO)
tel. +39 351 8081786
Email: info@crossproject.it
PEC: associazionelis@pec.it
P.IVA: 02272750031 | C.F.: 90013120036
Un viaggio nell’aura di pratiche e figure chiave della spiritualità e dell’arte performativa tra corpo, gesto e visione.