L’arte come presenza alla Kochi-Muziris Biennale

Antonella Cirigliano
12.02.26

La Kochi-Muziris Biennale è diventata, in poco più di un decennio, il principale festival di arte contemporanea in Asia e una delle piattaforme internazionali più stimolanti per l’arte postcoloniale e globale. Nata nel 2012 grazie all’intuizione di Bose Krishnamachari e Riyas Komu con il sostegno del governo del Kerala, la Biennale si distingue per il suo profondo radicamento nel tessuto urbano e storico di Kochi, città portuale aperta da secoli a incontri culturali e scambi pluri-religiosi.

Shiraz Bayjoo — installazione Sa Sime Lamer, © Kochi Biennale Foundation


La sesta edizione, For the Time Being (in programma dal 12 dicembre 2025 al 31 marzo 2026), segna un’evoluzione significativa del format: curata dall’artista Nikhil Chopra insieme alla piattaforma HH Art Spaces di Goa, la Biennale si configura come un vero e proprio “ecosistema vivente”, in cui processi, relazioni e comunità diventano parte integrante dell’opera. Mostre, performance, workshop, proiezioni e percorsi collaterali – come Students’ Biennale, Art By Children e Invitations – si diffondono in decine di sedi, trasformando l’esperienza in un attraversamento continuo.

Questa apertura rivela come la Biennale sia ben più di una vetrina espositiva: è un dispositivo relazionale che intreccia memoria, pedagogia e immaginazione, restituendo spazi storici alla città e, al tempo stesso, la città allo sguardo dell’arte. Parteciparvi è stato, per me, simile a un pellegrinaggio: un’esperienza di immersione e di ascolto profondo, in cui ho ritrovato una gioia nell’arte che non respiravo da tempo.




Antonella Cirigliano e Francesca Gagliardi in visita alla Kochi-Muziris Biennale


L’approccio curatoriale, attento alla dimensione processuale e alla capacità dell’arte di attivare pensiero critico, trasforma Kochi in un dispositivo culturale aperto. La città si afferma così come spazio cosmopolita di scambio e produzione di conoscenza, dove l’esperienza estetica si intreccia con una riflessione sulle urgenze sociali e politiche del presente.

Il programma comprende anche una ricca selezione di performance, parte integrante della curatela di Chopra. Artisti visivi e perfomer come Mónica de Miranda, Smitha M Babu, Naeem Mohaiemen e Mandeep Raikhy si muovono su un terreno dove corpo, narrazione e contesto urbano diventano strumenti di indagine poetica.

Questo filo performativo non è un elemento secondario, ma un programma nel programma: è infatti dalla corporeità e dall’incontro vivo che si genera quel “tempo presente” evocato dal titolo della Biennale. Ma anche progetti site specific e comunitari, installazioni interattive con cui suonare, dipingere, da ascoltare. Dialoghi con la città e le comunità.

Una delle voci più significative ad aver commentato la Biennale di questa edizione è Arundhati Roy, autrice di fama mondiale, che ha definito l’evento una celebrazione della diversità culturale e della libertà espressiva. In una recente intervista ha sottolineato come molte opere – citando in particolare il film di Kulpreet Singh – siano “belle, profonde e pericolose”, capaci di guardare la realtà includendo anche la politica nei propri confini. Per Roy, poi, il valore della manifestazione risiede nel fatto che non sia dominata da dinamiche commerciali o corporative, offrendo invece spazio agli artisti senza giudizi legati al mercato.

Camminando tra i padiglioni e gli edifici coloniali di Kochi non si può non notare la coesistenza di comunità diverse – Hindù, musulmani, cristiani, ebrei e altri gruppi – come segno di un modello culturale di inclusione e dialogo.

In un’epoca in cui le grandi manifestazioni internazionali rischiano di uniformarsi a logiche di spettacolo e consumo, la Biennale di Kochi emerge come luogo di insistenza critica e apertura reciproca, dove arte e società si incontrano senza gerarchie predefinite, e dove il tempo – appunto for the time being – diventa dimensione di co-esistenza e trasformazione.

 

Arundhati Roy

 

Antonella Cirigliano, senior lecturer e regista, si occupa da oltre vent’anni di ricerca teatrale e performing arts, con una formazione iniziata al Workcenter di Jerzy Grotowski e approfondita con Enrique Vargas. Fondatrice e Artistic Leader di Fondazione CROSS, è docente di Tecniche Performative per le Arti Visive presso NABA e direttrice di festival dedicati all’interazione tra le pratiche espressive. E’ stata allieva del maestro spirituale Andrew Cohen ed e’ praticante presso l’Healing Meditation Center di Albagnano (Vb). La sua ricerca intreccia arti performative, percorsi sensoriali e pratiche spirituali orientate alla crescita interiore.

AURA

Un viaggio nell’aura di pratiche e figure chiave della spiritualità e dell’arte performativa tra corpo, gesto e visione.

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